Numerosi artisti hanno raffigurato la decapitazione del Battista nella tetra prigione del palazzo di Erode (cf. Mc 6,14-29). Tra loro vi fu Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, che nel 1608 realizzò la sua tela più grande (361 × 520 cm), la Decollazione di san Giovanni Battista. Conservata nella Concattedrale di San Giovanni alla Valletta, a Malta, è l’unica opera firmata dall’artista.
All’epoca Caravaggio era in fuga: da due anni gravava su di lui una condanna a morte per omicidio nello Stato Pontificio. Riparato dapprima a Napoli, il 14 luglio 1607 giunse a Malta, governata dall’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni. A commissionargli l’opera fu il potente Gran Maestro, il francese Alof de Wignacourt.
Caravaggio conduce lo spettatore nell’oscurità della prigione. Sotto un ampio arco di pietra si consuma una scena di morte e violenza. Al centro, il carnefice incombe sul corpo esanime del Battista, abbattuto a terra da un fendente di spada. Con la sinistra lo afferra per i capelli, mentre con la destra estrae da dietro la spalla il pugnale destinato al colpo finale. Quest’arma corta, detta “misericordia”, serviva appunto a porre fine all’agonia dei condannati.
Dalla profonda ferita al collo del Battista il sangue scorre sul pavimento. Nella macchia rossa prende forma la firma “f. Michelang[e]lo”, in cui la “f” sta per “fra” e allude alla sua condizione di Cavaliere dell’Obbedienza Magistrale, titolo riservato ai membri di origine non aristocratica.
Accanto al carnefice, un impassibile carceriere ordina a una giovane serva di avvicinare il bacile destinato a raccogliere la testa. Fra i due compare un’anziana che porta le mani al volto in un muto grido d’orrore. Sulla destra, dietro una finestra sbarrata, si distinguono appena due uomini intenti a osservare la scena, probabilmente altri carcerati.
Una luce soffusa ma intensa, non proveniente da fonti naturali, avvolge il dramma e fa risaltare l’energia dei corpi nudi del carnefice e del santo. Il Battista giace bocconi, con le mani legate dietro la schiena. Un mantello rosso vermiglio lo avvolge, lasciando intravedere la caratteristica pelle di cammello.
Sulla destra, la luce soprannaturale rivela una corda e un anello di ferro infisso nella parete, indizi di quanto è appena accaduto: il prigioniero è stato slegato per essere giustiziato. La spada del boia non è riuscita a recidergli il capo al primo colpo e lo ha lasciato agonizzante; per questo l’uomo, sotto gli occhi dei presenti, impugna il pugnale e si appresta a concludere l’esecuzione.
La luce guida la narrazione e illumina l’ultimo respiro del martire. Il sangue versato suggella il compimento della sua missione: preparare la strada al Cristo, “l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29).
Caravaggio si identifica profondamente con il Battista: anche lui vive sotto una sentenza di morte. Il pittore spera che il Papa possa commutarla in un atto di clemenza e, soprattutto, confida nella misericordia di Dio per la propria salvezza eterna.
Il dipinto era destinato al coro dell’oratorio, costruito sul cimitero in cui venivano sepolti i Cavalieri, compresi quelli martirizzati dai Turchi. Qui i monaci-cavalieri si riunivano per pregare e prendere decisioni importanti. Il martirio ricordava loro che la difficile missione di liberare la Terra Santa e soccorrere i cristiani ridotti in schiavitù dai Turchi poteva richiedere, in qualsiasi momento, il sacrificio della vita per Cristo.